Praticare la medicina convenzionale integrandola con altre terapie come l’Omeopatia significa avere un’arma in più per poter offrire alle persone le terapie migliori, senza effetti collaterali. Sono tante, infatti, le donne – più o meno giovani – che si rivolgono all’Omeopatia perché in crisi con i farmaci utilizzati da sempre.
“Le donne che si scontrano con il fallimento delle cure tradizionali per contrastare ad esempio una candida, una vaginosi batterica o cistiti ricorrenti magari dopo il rapporto sessuale, mi raccontano che ormai queste cure sono diventate per loro ‘acqua fresca’. Sono pazienti ormai refrattarie a creme a base di antimicotici o che hanno sviluppato delle resistenze agli antibiotici. Pensiamo alle cistiti che nella donna sono tipicamente post-coitali. La terapia allopatica, in questi casi, prevede una compressa di antibiotico entro 12-24 ore dall’ultimo rapporto. Ma una donna attiva sessualmente, che magari ha 3 o 4 rapporti a settimana, quanti antibiotici dovrebbe assumere? Alla luce del fenomeno dell’antibiotico resistenza questo dovrebbe far riflettere”.
Ad affermarlo in un articolo pubblicato su Popular Science è Stefania Piloni, ginecologa omeopata, responsabile dell’ambulatorio di Medicina naturale per la donna all’ospedale San Raffaele di Milano.
“Non si pensa che una medicina di accompagnamento e non soppressiva possa risolvere i problemi delle donne con patologie che spesso recidivano”.
Ci sono anche le giovanissime con irregolarità dei cicli mestruali o con ovaio policistico, o le bambine di 12 anni con un problema di acne, alle quali il dermatologo generalmente suggerisce la pillola contraccettiva: “Anche in questi casi – prosegue Piloni – non si pensa che si possa armonizzare il ciclo mestruale con una medicina di accompagnamento come l’Omeopatia, invece di utilizzare un rimedio soppressivo”.
“Dalla sindrome premestruale al blues materno, dalla stanchezza post gravidica alla menopausa, vale a dire tutti quei momenti in cui la parte emotiva delle donne è sotto stress, l’Omeopatia può aiutare. Accoglie la tua storia, è un arricchimento di valore del sé”. Ne è convinta Stefania Piloni cui, prima ancora di iscriversi in medicina, i farmaci omeopatici hanno salvato la vita.
Quando era piccola dopo una gita in bicicletta nei prati dove erano stati utilizzati diserbanti, Stefania Piloni ha avuto una grave crisi allergica con shock anafilattico curata con cortisone e antistaminici in un grande ospedale di Milano. Tuttavia il “marchio” dell’avvelenamento aveva lasciato tracce indelebili. Il primario del reparto le suggerì di rivolgersi ad un medico omeopata. Da allora l’Omeopatia è diventata la sua arma di cura.
“Quello che bisogna capire è che, dietro ogni rimedio, c’è un racconto che si può adattare a quel paziente, a quella specifica personalità”, spiega Piloni. “Quando prescrivo un antibiotico so cosa mi devo aspettare. Lo stesso avviene anche con l’Omeopatia. Ma poi ricevo sempre qualcosa di più”, afferma la dottoressa e incoraggia i colleghi omeopati ad “uscire allo scoperto”.
“Ci sono colleghi omeopati – dice – che, temendo conseguenze negative sulle loro carriere, si nascondono. E se stanno facendo la scuola di Omeopatia non lo dichiarano. Come se praticare questa disciplina fosse una vergogna. Io invece li invito a farsi avanti perché sono orgogliosa di quello che pratico. Considero l’Omeopatia come una pepita d’oro. Come diceva il fondatore dell’Omeopatia Samuel Hahnemann. Per ribattere ai colleghi scettici, uso quindi le sue parole: come voi ho preso la stessa laurea e la specializzazione, ma a differenza di voi ho studiato altri 6 anni, esplorando nuove strade. Un percorso tondo che ha richiesto più tempo. Se volete sapere di cosa si tratta, venite da me e ve la spiegherò”.








