La similitudine omeopatica

Pubblicato il 18/11/2010

Categorie: Metodologia Omeopatica

Autori: Paolo Bellavite

Fonte: Il Granulo

La similitudine omeopatica

L'omeopatia si fonda sulla similitudine: essa intende curare il malato sfruttando il fatto, sperimentalmente dimostrato, che un medicinale diluito e "dinamizzato" cura quei sintomi che è in grado di provocare quando viene somministrato ad un soggetto sano. In questo intervento cercherò di affrontare il principio centrale dell'omeopatia da un punto di vista scientifico, che è quello che più ho coltivato nella mia attività di ricercatore e di docente.

Non si può trattare la terapia fondata sulla similitudine se non a partire da cosa s'intende per salute e malattia: prima di capire come funziona il "granulo" dobbiamo capire come funzioniamo noi stessi, anche perché il granulo non funziona senza la nostra "collaborazione"! La salute dipende dal fatto che l'organismo degli esseri viventi si è evoluto mediante processi di successiva acquisizione di capacità d'adattamento all'ambiente (sempre mutevole), necessarie per mantenere i parametri interni entro variabilità accettabili per la vita stessa. Queste capacità di adattamento - che coinvolgono in modo coordinato metabolismo, immunità, psiche, ormoni, cellule, sangue, apparato vascolare, pelle e tutto ciò che esiste nel nostro organismo - costituiscono la cosiddetta "omeodinamica (in termini scientifici), o "forza vitale" (in termini omeopatici): stiamo parlando della stessa cosa. La "forza vitale" funziona in modo che quando una parte dell'organismo è sollecitata da una perturbazione o danneggiata da un fattore patogeno, le altre parti sono informate in vario modo (meccanico, chimico, bioelettrico) della modificazione verificatasi e si mobilitano per riportare tutto l'insieme ad un equilibrio uguale al precedente (se la perturbazione è piccola e transitoria) o ad un nuovo equilibrio rafforzato da modifiche che rendono l'organismo più resistente, pronto e reattivo (se la perturbazione è intensa e ripetuta).

Molte di quelle che noi chiamiamo "malattie" sono nient'altro che l'espressione di questi processi dinamici di adattamento, che possono comportare talvolta anche dei sintomi "spiacevoli", avvertiti soggettivamente (stanchezza, dolore, irritazione, ansietà, paura, sete, ecc...) o evidenziabili oggettivamente (gonfiori, macchie sulla pelle, variazioni elettrocardiografiche, ematologiche, ecc...). In realtà, queste non sono "malattie", ma risposte normali ed è veramente pernicioso scambiarle per malattie, curarle "come se fossero" malattie, perché cosi facendo si sottopone il nostro organismo ad un doppio lavoro: compensare la perturbazione iniziale e compensare il farmaco. Un farmaco somministrato in modo inappropriato è sempre una "violenza" fatta a qualche nostra funzione e può indurre la forza vitale in grossolani errori, complicando il decorso naturale delle reazioni omeodinamiche che, ripeto, tendono a ristabilire l'equilibrio perturbato: anche le pubblicazioni scientifiche di più alto livello attribuiscono ad un eccessivo uso dei farmaci l'insorgenza di varie malattie odierne.

A questo punto, allora, dove sta la malattia? E quando e come la si deve curare? La malattia, in estrema sintesi, sta là dove la forza vitale "sbaglia" nella sua reazione e l'errore è di tre tipi: sbaglia in eccesso (reazione troppo forte rispetto alle necessità, cosicché si paga un prezzo spropositato per una causa piccola, es. l'allergia o l'ascesso), sbaglia in difetto (reazione troppo scarsa cosicché la perturbazione non è controbilanciata, per esempio: le infezioni ricorrenti, la depressione), sbaglia nell'adattamento, vale a dire l'organismo di adatta in un modo anormale, spostando il proprio comportamento in una nuova situazione che "appare" come migliore di quella della reazione acuta, ma salute non è. Gli omeopati hanno tradizionalmente denominato e classificato queste tre situazioni patologiche della forza vitale come "miasmi".

La "genialità" della proposta hahnemanniana sta nel fatto che Hahnemann prese coscienza della complessità inestricabile dei meccanismi della forza vitale e scoprì il modo di valorizzare, sul piano operativo, un principio universale, sperimentalmente dimostrato, quello della similitudine.

La similitudine, basata sulla dettagliata osservazione dei sintomi espressi dal malato, consente in qualche modo di superare l'ignoranza dei meccanismi cellulari e molecolari, andando a trovare un rimedio (il medicinale) capace comunque di indirizzare i processi omeodinamici verso la loro meta più naturale, la guarigione appunto.

Il "simile" omeopatico è quel medicinale che simula la malattia, perché nel soggetto sano esso induce dei sintomi simili alla malattia naturale, in altre parole, provoca una malattia artificiale. Ma, ed è subito bene intenderci, non è che il medicinale omeopatico provoca le malattie nel senso convenzionale del termine, vale a dire non fa venire ai soggetti sani sperimentatori l'infarto, la tubercolosi, la sifìlide, il cancro e via dicendo. Sostenere ciò, oltre che improponibile sul piano etico, sarebbe un'assurdità concettuale (eppure spesso ciò è sostenuto dai detrattori dell'omeopatia). La questione è ben diversa: il medicinale omeopatico rappresenta una fine perturbazione dei sistemi fisiologici e causa i sintomi che sono espressione della mobilitazione dei sistemi stessi.

Chiaramente, se una sostanza farmacologicamente attiva, come sono tutti i veleni, viene somministrata in alte dosi, ecco che causa anche delle modificazioni organiche e chimiche evidenti, macroscopiche, misurabili (ciò spesso si evidenzia nelle intossicazioni accidentali o nei tentativi di suicidio). Se invece essa è somministrata in piccolissime dosi o in alte diluizioni, come è il caso dell'omeopatia, la sostanza stessa causa modifiche dei sistemi omeodinamici più fini e nei soggetti più sensibili.

Quindi, quando il medicinale omeopatico viene somministrato al soggetto malato, va a "toccare" gli stessi livelli di sensibilità e di reattività omeodinamica, la sua forza vitale e ne provoca la mobilitazione. Le modifiche sono avvertite a livello dei sintomi soggettivi, delle modalità reattive individuali, delle dinamiche di reazione alle malattie più comuni: ecco perché l'omeopata ha tanto interesse nei gusti e avversioni alimentari, nei sogni, nella storia patologica vicina e lontana. A questo punto, resta da spiegare perché nel malato si ha l'effetto opposto, la cura della malattia piuttosto che la comparsa di sintomi, come avviene nel soggetto sano, o la loro recrudescenza (essendo gli stessi sintomi già presenti). Ciò si verifica per tante ragioni alcune delle quali anche difficili da spiegare senza dilungarsi in aspetti tecnici.

Dovendoci limitare alle nozioni essenziali, potremmo dire che i sistemi biologici (cellule, organi, centri nervosi, ecc.) patologicamente alterati "avvertono" la presenza del medicinale come un'ulteriore perturbazione e vi reagiscono in modo da reintegrare meglio la stessa omeodinamica. La differenza tra lo stimolo naturale verso cui prima effettuavano una reazione inappropriata (eccesso, difetto, disordine) e lo stimolo artificiale costituito dal medicinale omeopatico sta nel fatto che questo ultimo rappresenta una "immagine" più coerente, armonica e completa della malattia stessa, per cui aiuta l'insieme dei processi reattivi dell'organismo ad orientarsi in modo altrettanto coerente ed armonico, quindi ultimamente più efficace, verso la guarigione. Uno stimolo "qualsiasi" o incoerente, invece, porterebbe solo ad ulteriori disordini e complicazione dei precedenti. E questo tipo di analisi del quadro clinico omeopatico, si badi bene, è la parte più difficile della professione del terapeuta.

Nel caso della malattia cronica, in particolare, abbiamo visto che non si tratta solo di un "eccesso" o di un "difetto" di risposta di un organo o di un apparato, ma di un disordine più subdolo, perché essa si maschera da stabilità, spesso sembra all'organismo stesso la migliore condizione possibile. Si tratta di un errore di valutazione della forza vitale, che si orienta verso un comportamento semistabile d'adattamento patologico e patogeno (miasma).

A questo punto, secondo la proposta omeopatica, a poco serve sopprimere i sintomi ed anche il tentativo di modificare o reintegrare una singola funzione somministrando sostanze sostitutive ha poca speranza di riportare l'organismo alla salute. Dobbiamo intervenire sulla globalità del sistema, prima "sbloccandolo" dallo pseudo-equilibrio attuale, poi indirizzandolo verso la vera e completa guarigione, ancora possibile se non si sono avuti danni organici irreversibili. Tutto ciò non è fattibile con la medicina farmacologica classica, è possibile (almeno teoricamente) con l'omeopatia, perché utilizza un modo di regolazione dell'informazione biologica in modo estremamente più sofisticato e complesso, ad un livello di complessità simile a quello dei processi naturali di regolazione.

Questa è la promessa, o meglio la scommessa, dell'omeopatia: nella sua espressione ottimale essa punta alla guarigione, non solo alla terapia, e punta ad un livello di regolazione irraggiungibile con il percorso riduzionista della medicina cosiddetta scientifica.

Ma questo obiettivo ambizioso si realizza sempre? Dato che questo articolo è indirizzato primariamente ai pazienti, è utile finire con alcune mie opinioni su questo importante aspetto. Per la mia esperienza personale e per gli studi che ho fatto ritengo che la completa guarigione omeopatica sia possibile e che ciò sia un fatto comunque straordinario, ma sia un evento alquanto raro perché si frappongono numerosi ostacoli. Perché si verifichi la guarigione, particolarmente nei casi cronici, è necessario che sia trovato il medicinale simile, tra migliaia disponibili: ciò richiede grande competenza del medico, grande capacità di espressione dei sintomi da parte del paziente e una buona qualità del medicinale e non sempre si trovano assieme tutte queste condizioni.

Inoltre, la mentalità moderna tende a considerare l'atto medico come un "bene di consumo" ed i pazienti spesso sono portati a voler vedere subito il risultato, come se esso dipendesse da una pillola o da un granulo. Ma in omeopatia il risultato non dipende solo dall'efficacia intrinseca del medicinale, dipende soprattutto dalla mobilitazione della forza vitale del paziente, che deve partecipare attivamente al processo di ri-orienta-mento della forza vitale stessa.

Talvolta si sente dire che l'omeopatia funziona se ci si crede: questa non è una banalità, è una realtà che indica la modalità d'azione del medicinale omeopatico in stretta sinergia col paziente e persino, pare, col medico curante (empatia).

Il medicinale è una informazione utile, spesso indispensabile, ma il lavoro lo deve fare il malato. E questo richiede energie, tempo e sacrificio, tanto più quando si tratta di uscire da un attrattore patologico cronico e cercarne uno nuovo. Per fare un'analogia, l'informazione del medicinale omeopatico è come un'informazione sussurrata nell'orecchio di un accanito fumatore, del tipo: "fumare fa male ai tuoi polmoni e al tuo cuore". E un'informazione utile, che si traduce in uno stimolo per smettere di fumare, ma chi deve fare lo sforzo di smettere è il paziente stesso, il risultato finale non dipende solo dall'informazione data. Cosi, il simile omeopatico non è una pillola, non è un automatismo, è un principio di soccorso dell'ordine biologico, iscritto nella natura, un principio che necessita della partecipazione del paziente che si lascia prima interrogare dal medico e poi regolare dal medicinale. Se questi protagonisti si integrano in modo ottimale, l'omeopatia può esplicare tutte le sue straordinarie potenzialità, non come medicina "alternativa" alla medicina scientifica (guai usarla "invece" di cure efficaci per malattie gravi!!!), ma come un metodo scientificamente valido e promettente per la regolazione della forza vitale.

Il caso più problematico, più diffìcile da trattare (ed anche quello dove a mio parere l'omeopatia ha le sue maggiori, quasi "fantascientifiche", potenzialità), è la malattia cronica, vale a dire uno stato semi-permanente, uno schema fisso di comportamento, in cui l'organismo perturbato tende ad organizzarsi, in modo inappropriato e infine patogeno. In termini tecnici parliamo di un attrattore patologico, in cui si finisce a lungo andare per gli "insulti biologici" della vita moderna (inquinamento, infezioni, pressioni psicologiche, errori voluttuari ecc...), le cure inappropriate e le predisposizioni genetiche.
Nella malattia cronica il malato spesso ha pochi sintomi, essi sono come mascherati o soppressi, ma lo stato dei vari organi non è certo ottimale, si paga a lungo termine un caro prezzo con l'indebolimento di apparati vitali e con la più facile insorgenza di malattie acute e di danni organici secondari. Quanto detto si applica ai comportamenti delle cellule (elementi primari della vitalità), degli organi e degli apparati, della psiche e, persino, del sistema sociale (es. le guerre, malattie acute del mondo, sono spesso conseguenza di ingiustizie croniche).

A questo punto, dopo aver sinteticamente descritto le dinamiche della salute e della malattia, veniamo alla terapia. La proposta convenzionale è sostanzialmente "meccanicistica", vale a dire si ritiene di poter identificare un "meccanismo" della malattia (es.: azione di un microbo, spasmo di una arteria, produzione di sostanze infiammatorie, deficit di una certa popolazione cellulare, variazione di un parametro di laboratorio, aumento di dimensioni di una ghiandola, ecc..) e si punta a modificarlo con un farmaco o con un intervento chirurgico o di altro tipo. Alla condizione patologica si attribuisce un nome ("diagnosi") e per quella diagnosi si applica la terapia dimostrata più efficace in una serie di soggetti con la stessa diagnosi. Spesso il metodo funziona, almeno a breve termine, ed è per questo che la medicina "ufficiale" si è tanto sviluppata e si è imposta sul mercato della salute nei Paesi più sviluppati. Ma in molti casi l'approccio meccanicistico non funziona, ed è per questo che la gente cerca delle alternative e siamo qui a discutere di omeopatia dopo duecento anni, anche se tale forma di terapia è stata combattuta con ogni mezzo e a tutti i livelli (ed io stesso, nel mio piccolo, posso testimoniare di questo tipo di irrazionale ostracismo).

L'approccio meccanicistico non funziona in modo ottimale perché nel fare la "diagnosi" esso e "costretto" a semplificare la condizione reale del malato, riducendola ad una categoria universale ma astratta, la "malattia". Se questo processo di "riduzione" e di "astrazione" è necessario ed è efficace nei casi più semplici ed eclatanti, quando c'è, appunto, un meccanismo chiaro e determinante, esso non è sufficiente ed è persino fuorviarne nei casi più complessi, multifattoriali e sottili (quali sono, si badi bene, quasi tutti i casi almeno nelle prime fasi dello sviluppo delle malattie umane). Qui la medicina moderna si trova in una difficoltà quasi insormontabile, dati i presupposti meccanicistici su cui si fonda ed invano si invoca una maggiore conoscenza dei dettagli ultramolecolari: ciò non contribuirà alla soluzione pratica di queste difficoltà, che sono dovute all'impostazione concettuale, non alla scarsità di conoscenze. Ecco perché molti, tra cui il nostro gruppo veronese, ritengono che un progresso dell'intera medicina potrà avvenire nell'incontro di diverse tradizioni culturali e dalla loro integrazione, nel rispetto dei diversi ruoli e delle diverse potenzialità. Tra le più importanti proposte "alternative" si distingue oggi l'omeopatia.

Qual è la "genialità" della proposta hahnemanniana? Sta nel fatto che Hahnemann prese coscienza della complessità inestricabile dei meccanismi della forza vitale (od omeodinamica in termini scientifici, come già scritto) e scopri il modo di valorizzare, sul piano operativo, un principio universale, sperimentalmente dimostrato, quello della similitudine. La similitudine, basata sulla dettagliata osservazione dei sintomi espressi dal malato, consente in qualche modo di superare l'ignoranza dei meccanismi cellulari e molecolari, andando a trovare un rimedio (il medicinale omeopatico) capace comunque di indirizzare i processi omeodinamici verso la loro meta più naturale, la guarigione appunto.

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