Rocco Rubini (1800-1888) e il colera

Pubblicato il 17/09/2021

Categorie: Storia dell'Omeopatia

Autori: Anna Fontebuoni

Fonte: Il Medico Omeopata - Rivista

Rocco Rubini (1800-1888) e il colera

A Cellino la famiglia Rubini la conoscono tutti. Il padre di Rocco, Settimio Maria, è un possidente in odore di carboneria. Una sera del 1807, sulla via di casa, viene ucciso in un agguato brigantesco, nei boschi che circondano il paese. Sembra non per rapina ma proprio per le sue idee. Sembra che i mandanti siano i Borboni stessi. La madre muore due anni dopo. I tre figli vanno a Teramo ad abitare da uno zio, che amministra i loro beni e li fa studiare. Immaginiamo anche lui intellettuale e antiborbonico, perché la sua casa è tenuta costantemente d’occhio dalla polizia. I Rubini frequentano le migliori famiglie della città e Rocco fa la conoscenza dei medici Vincenzo Comi e Melchiore Delfico che lo introducono, e lo appassionano, alla nuova medicina tedesca: l’omeopatia.

È portato per la medicina. La studia all’università di Napoli, si laurea in soli quattro anni, e nel 1825 viene nominato vice-protomedico della Provincia a Cellino. Nel frattempo l’omeopatia si diffonde e acquista credito negli ambienti scientifici della capitale, grazie anche ai medici arrivati con le truppe austriache nel ’21 a reprimere i moti carbonari. La contraddizione è evidente: l’Omeopatia è la medicina nuova, che cura rispettando il malato, ma è anche la medicina degli oppressori. Proprio per questo stenta a prosperare negli stati dell’Italia settentrionale. Il nostro giovane e ribelle Rubini cerca un compromesso e lo trova schierandosi dalla parte della scienza. Persa la fiducia nella medicina del suo tempo, ispirata a dottrine spiritualistiche e a empirismo puro, accetta senza riserve l’impostazione rigorosamente scientifica dell’omeopatia. I compromessi, nel regno dei Borboni, sono d’ordinaria amministrazione: si chiamano gli austriaci quando le proprie truppe non bastano, si simpatizza con i rivoltosi, si strizza l’occhio al papato, si condivide il regno con i francesi, insomma ci si aggiusta.

La medicina omeopatica, poi, avvicina agli ideali sociali, magari più a quello di égalité che a quello di liberté (la fraternité si è persa per strada). Per un medico come Rubini, la cura del corpo individuale non si discosta da quella del corpo sociale, la medicina è al servizio della “pubblica utilità” e si fonde con gli ideali del socialismo democratico. Se per sostenere il popolo oppresso egli trama contro lo stato (o forse è più semplicemente un ardente intellettuale che sa infiammare gli animi), per guarirlo mette a disposizione le sue innovative conoscenze professionali e non esita a investire il suo (ricco) patrimonio. Ma torniamo al ’25: una sera la polizia circonda casa sua, non si sa se cerca lui, ma comunque arresta il fratello Cristoforo con l’accusa di aver partecipato all’insurrezione dell’agro salentino e lo rinchiude nei sotterranei di Castel dell’Ovo a Napoli, in attesa dell’impiccagione.

Rocco, che ha una posizione di una certa importanza in provincia, lascia tutto, riesce a procurarsi un passaporto per Napoli e lì rimane quattro anni. Frequenta famiglie di nobili e medici, come quella del grande omeopata De Horatiis, medico personale di Francesco I, e prende informazioni, intreccia rapporti, fa valere la sua autorevolezza e alla fine riesce a far rimuovere dall’incarico il giudice favorevole alla pena di morte per il fratello. Basta questo espediente perché la scena cambi: i rivoltosi sono condannati a un periodo di detenzione inferiore a quello già scontato e quindi rimessi in libertà. La partita, per questa volta, è vinta.

Nel 1832 Rubini torna in Abruzzo e si stabilisce a Teramo dove esercita come medico. La cittadina alla periferia del Regno, di circa 9000 abitanti, è culturalmente all’avanguardia, ospita personaggi di spicco. La scienza e la cultura hanno ampio spazio nel regno dei Borboni. Nei cenacoli teramani Rubini conosce alcuni dei più importanti letterati, tipografi, scienziati, in particolare appassionati della nuova dottrina di Hahnemann: Eusebio Caravelli, Francesco Romani di Vasto e il farmacista e botanico Crocetti di Mosciano. A Teramo si sposa con una giovane di buona famiglia, e soprattutto delle sue stesse idee politiche, Doralice Rossi, di Mosciano, che morirà qualche anno più tardi senza dargli figli. Ma Teramo gli sta stretta e la passione per la medicina omeopatica lo spinge a trasferirsi di nuovo nella capitale. Nel 1839 riprende i contatti con la cerchia che l’aveva accolto dieci anni prima, stringe una forte amicizia con il famoso omeopata Giuseppe Mauro e acquista una notevole fama. Sono gli anni di maggiore diffusione dell’omeopatia: nel 1834 operano nel Regno delle Due Sicilie circa 500 medici omeopati, disponibili anche a curare gratuitamente i poveri, in dispensari gratuiti, ma l’omeopatia è anche la medicina dell’élite aristocratica, che l’ostenta quasi come uno status symbol.

I nobili di Napoli si contendono Rubini e le sue cure prodigiose. Si dice che guarisca dove nessun allopata è mai riuscito. Nel ’48 Rubini segue la principessa Belgioioso a Milano. Nel suo salotto conosce Mazzini, si aggrega alla Giovane Italia, partecipa alle Cinque Giornate. Certo non incontra il dr. Hartung, quello che ha curato Radetzky da un tumore all’occhio, stavolta mister Hyde ha la prevalenza sul dottor Jekill. E la paga cara: tornato a Napoli viene arrestato con l’accusa di essere nemico del Re, della Patria e della Religione. È rinchiuso nella segreta dei politici, gli sono confiscati manoscritti e carteggi, sembra che non ne uscirà più fuori. Ma ecco comparire il deus ex machina: una principessa napoletana gravemente malata, di cui i prudenti saggi da me consultati tralasciano l’identità. Per intercessione del principe consorte, Rubini è scarcerato, cura la nobildonna con l’omeopatia, la guarisce e viene nominato medico di casa in pianta stabile. Anche stavolta tutto è bene quel che finisce bene. Continuiamo a pensare che la famosa giustizia borbonica fosse, a suo modo, abbastanza flessibile. Nel ’50 è nominato medico personale di sua altezza reale il principe Leopoldo Borbone, conte di Siracusa.

È per sua intercessione che apre una farmacia omeopatica in Via Chiaia 153, la Farmacia Omeopatica Centrale, dove farà le sue ricerche e realizzerà i suoi preparati: Calcarea carbonica alla 200 per la cura dell’epilessia, la Canfora Rubini e il famoso proving di Cactus grandiflora, la cui patogenesi sarà pubblicata nel 1864. Quando, nel 1854 scoppia in città l’ennesima epidemia di colera, gli viene chiesto un consulto al Real Albergo dei Poveri, dove si registrano i primi casi. Il successo è così lampante che nel ’60 è incaricato di dirigere lo Spedale della Cesarea, annesso al Real Albergo dei Poveri, tipico esempio ante litteram di complementarietà di terapie. Il colera, infezione acuta dell’intestino endemica in Asia, in particolare in India, arriva in Europa intorno al 1830 con i nuovi scambi commerciali e i movimenti di truppe. Da allora e per tutto il secolo si succedono sette pandemie che fanno centinaia di migliaia di morti, soprattutto fra gli eserciti e nelle grandi città, in cui la popolazione è cresciuta a dismisura senza corrispondenti misure di igiene.

I cordoni sanitari e i lazzaretti istituiti dal Regno delle Due Sicilie non bastano a contenere il morbo, che comunque non si trasmette da persona a persona, ma attraverso cibi o acque contaminate. Prima che Lord Snow, a Londra, scopra la fontanella di Broad Street, che Filippo Pacini individui al microscopio il vibrione e che Koch lo isoli, i medici allopati attribuiscono la malattia a esalazioni (miasmi) che si diffondono per via aerea e provano tutte le terapie conosciute – purganti, sanguisughe, sudoriferi, bagni caldi - ma non fanno altro che disidratare ulteriormente i malati; per non parlare delle terapie d’urto: stricnina, arsenico, acido prussico, composti mercuriali e persino clisteri acidi, che li portano direttamente nella fossa.

Rubini prende un’altra strada: quella della terapia hahnemanniana sintomatica. La sua preparazione è semplice alcol canforato; si ottiene diluendo una libbra di canfora in una libbra di spirito di vino purissimo. La dose è da cinque a trenta gocce, pura o diluita, su un pezzetto di zucchero ogni cinque minuti. A volte viene anche frizionata su tutto il corpo. Dopo 2-3 o 4 ore si ha una reazione, con febbre, e la guarigione. Il primo successo avviene un po’ per caso: in previsione di un’epidemia di colera Rubini lascia istruzioni agli infermieri improvvisati del Real Albergo dei Poveri, due graduati dell’esercito, di dare l’alcol canforato a tutti i malati di colera in primo stadio, secondo quanto indicato da Hahnemann, riservandosi di scegliere i rimedi successivi.

Quando va in visita, il giorno dopo, trova ben 14 pazienti sulla buona strada per la guarigione. Il maggiore Forni ha prontamente dato loro il preparato, con risultati visibili in poche ore. Passano altri giorni, l’epidemia si diffonde e i casi che arrivano sono sempre più gravi. L’infermiere coraggioso non sta a scomodare il dottore e, dato che la canfora aveva così ben funzionato, continua a somministrarla a tutti. Rubini si rende conto che il rimedio è utile in qualsiasi stadio. Si discosta in questo dalle linee guida di Hahnemann, che lo prescriveva solo all’inizio della malattia, quando non erano ancora comparsi sete, vomito e diarrea, per poi sostituirlo, non ritenendolo preventivo, con Cuprum 30ch o Veratrum 30ch, e altri a seconda dei sintomi.

L’originalità di Rubini sta proprio qui, nell’utilizzare il suo preparato, poi noto come Canfora Rubini, come unico rimedio terapeutico, e persino come profilattico. Il consiglio che dà a tutti è di portare sempre con sé una boccetta di alcol canforato e qualche pezzetto di zucchero. Lui stesso lo usa e supera due attacchi della malattia, dovuti a stanchezza per il carico di lavoro esorbitante. A chi lo accusa di non eseguire una terapia veramente omeopatica, lui risponde che «l’omiopatia non sta nella parvità della materia… ma si fonda invece sulla legge dei simili» e che «nelle cure delle malattie acute, ove più la dinamia vitale che la mistione organica vedesi alterata, le omeopatiche medicine van somministrate a forti dosi, e spesso ripetute, in ragione della forza e della ferocia del male».

Hahnemann stesso, nel colera del ’31, aveva usato l’alcol canforato a dosi ponderali, con lo stesso sistema, oltre a frizioni, clisteri e fumigazioni dell’ambiente. Su 37 casi gravissimi di colera che ha in cura Rubini, 6 muoiono (alcuni, prima della terapia omeopatica, avevano provato di tutto, compreso uno che «dopo aver preso il Veratro e’l Rame, trangugiò mezza bottiglia di cognac nell’infuso di tiglio») e 31 guariscono. Nel saggio Statistica dei colerici curati omiopaticamente in Napoli nel Real Albergo de’ Poveri nel 1854, Rubini descrive la guarigione di tutti i 200 pazienti del reparto uomini, caso per caso. Alla canfora aggiunge solo acqua fresca da bere (idratazione), somministrata in piccole quantità e brevi intervalli, brodo leggero e zuppe farinacee. Il reparto donne del Real Albergo dei Poveri non ha la fortuna di essere curato omeopaticamente e su 66 pazienti ne muoiono 14. È una percentuale abbastanza bassa (21%) rispetto a quella del 50-70% di chi era sottoposto a terapie convenzionali. La causa è probabilmente l’attenzione di Rubini alle misure igieniche, (in questo senso seguiva alla lettera gli insegnamenti del Maestro). Egli stesso comprava di tasca propria lenzuola, cibo e medicine di buona qualità per i pazienti.

Nell’epidemia seguente, del 1865, le cose cambiano. Sotto il nuovo Regno d’Italia gli allopati tornano all’assalto. Quelle che erano critiche limitate e naturali da parte di chi si vedeva defraudato dalla medicina che aveva praticato tutta la vita, diventano aggressioni, sostenute da un’amministrazione che mostra su questo argomento debolezza, se non ostilità. Rubini deve dimettersi dall’incarico di eccellenza di direttore dell’ospedale per colerosi di Foggia per gli attacchi dei medici tradizionali e l’insufficiente difesa da parte della direzione dell’ospedale. A Napoli gli omeopati praticanti sono ridotti a 183 e la giunta municipale impedisce loro di curare i colerosi sostenendo che non sono in possesso di un Regio Decreto. Negli anni ’70 in tutta Italia rimarranno a praticare l’omeopatia solo 6 o 7 famiglie, come i Cigliano a Napoli e i Mattoli a Perugia.

Le nuove scoperte in campo medico, da Jenner a Pasteur, finiscono per mettere in ginocchio l’omeopatia. Il colera del 1884-86 e del 1893 vede un ritorno delle cure tradizionali di ultima generazione. L’anziano Rubini, carico di onorificenze da tutto il mondo, amareggiato da tanta ostilità, si ritira a Cellino, dove muore nel 1888. Lascia la seconda moglie Rosa Ottaviano, sposata nel ’69 dopo la scomparsa di Doralice, e la figlia Maria. Il dr. Tommaso Cigliano, omeopata, farmacista, biografo e marito di Maria ne racconta la vita nell’elogio funebre In morte del Prof. Rocco Rubini.

Napoli è rimasta un baluardo dell’omeopatia italiana. C’è ancora il Real Albergo dei Poveri e una parte di esso è attualmente stata destinata a centro diurno per i senzatetto. C’è ancora la farmacia di via Chiaia, che vende (anche) prodotti omeopatici. E c’è ancora, purtroppo, il colera, lontano dai nostri paesi ricchi e igienici. Nel momento in cui scrivo è in corso nello Yemen una grave epidemia. I nuovi casi sono già 300.000, 1600 i morti accertati. Nonostante il vaccino, la doxiciclina e altri antibiotici e le terapie di reidratazione ormai consolidate. E nonostante la canfora.

BIBLIOGRAFIA

  • Notizie biografiche degli scienziati italiani facenti parte del VII congresso in Napoli nell’autunno 1845 raccolte da Gaetano Giucci.
  • Rocco Rubini, Statistica dei colerici curati omiopaticamente in Napoli nel Real Albergo dei Poveri nel 1854. E di quei in altri tempi omiopaticamente e allopaticamente curati qui ed altrove. Napoli Stamperia dell’Iride 1855
  • Maria Chironna, Medici o ciarlatani? L’omeopatia del Regno delle Due Sicilie. Dal 1822 al 1860. Franco Angeli 2016
  • Sandro Galantini, www.defilippis-delfico.it/L’_omeopatia_nel_teramano.htm 1999
  • Thomas Lindsey Bradford, Pioneers of Homeopathy, 1897.
  • Alberto Lodispoto, Storia dell’omeopatia in Italia: storia antica di una terapia moderna. Edizioni Mediterranee, 1987
  • Robert Séror, Le choléra et les homéopathes il y a cents ans
  • Fernando Piterà, Breve storia dello sviluppo dell’omeopatia in Italia e dei rapporti con il Vaticano. 1999
  • http://www.fiamo.it/web/wp-content/uploads/2016/02/storia.pdf
  • Jean-Paul Rappeneau (regista), L’ussaro sul tetto (1995) film con Claudio Amendola, Juliette Binoche, tratto dall’omonimo romanzo di Jean Giono (1951)

RINGRAZIAMENTI

Desidero ringraziare il prof. Riccardo-Paolo Uguccioni per la sua competente e arguta descrizione della vita risorgimentale e prerisorgimentale.

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