La vita di Constantine Hering [Maestro dell'Omeopatia]

Pubblicato il 30/11/2021

Categorie: Storia dell'Omeopatia

Autori: Anna Fontebuoni

Fonte: Il Medico Omeopata - Rivista

La vita di Constantine Hering [Maestro dell'Omeopatia]

Siamo a Filadelfia, in Twelth Street, probabilmente all’inizio del 1880. É freddo. I vetri della finestra sono appannati, ha addosso uno scialle di lana e sul fornelletto che prende il gas dalla lampada al centro della stanza c’è il pentolino dell’acqua per il tè. Le ciabatte sono pronte sotto il tavolino, il vaso da notte è nascosto da qualche parte. Lui è in posa con un manoscritto stretto nella mano sinistra, la destra appoggiata alla spalliera del divano è pronta a scrivere. Lo so cosa mi attira: quel caos. Secondo una recente ricerca dell’Università del Minnesota essere circondati dal disordine favorisce il pensiero creativo, come dimostrano gli studi o scrivanie di Einstein, Mark Twain, Steve Jobs e Mark Zuckerberg. Non so chi finanzia queste ricerche e so che si potrebbero impiegare meglio quei soldi. Certo è che il caos di questa foto ha un’eleganza e un equilibrio che affascinano e chi ci sta dentro è il padre dell’omeopatia americana.

Questo vecchio morirà qualche mese dopo, sempre lì, mentre riprende a correggere il terzo volume dei Guiding Symptoms dopo aver visitato un paziente. Già da tempo soffriva di asma e aveva passato brutti momenti. Questa volta dice serenamente alla moglie e a chi gli sta vicino: Now I am dying. Era nato a Oschatz, cittadina sassone fra Dresda e Lipsia, il 1° gennaio del 1800. Famiglia numerosa, umile, il padre era organista e insegnante di musica. Le sue biografie raccontano di un talento innato per la matematica e le scienze naturali, che si trasformano in passione per la medicina. Studia a Dresda, poi a Lipsia, in ristrettezze economiche ma con grande impegno, tanto che gli altri studenti lo soprannominano ‘wisent’, bisonte. E qui succedono due cose che lo catapultano nell’omeopatia.

Si infetta una mano eseguendo un’autopsia: sembra che debba essere amputato il braccio e invece interviene un giovane omeopata di nome Kummel, con una dose di Arsenicum album; tempo tre giorni e il nostro studente comincia a guarire. Secondo: diventa assistente del chirurgo Dr. Robbi. Quando al cattedratico viene affidata la stesura di un articolo di discredito dell’omeopatia, non avendo tempo e avvalendosi di un costume universitario universale, lo rifila al giovane. Hering, da vero ‘bisonte’, passa le notti a studiare l’Organon e non solo, si procura da un amico farmacista, allibito e convinto che sia matto, un po’ di chincona, per ripetere il proving di Hahnemann. Conclusione: non scrive l’articolo, diventa un fan sfegatato del Maestro, si laurea in chirurgia a Lipsia con una tesi intitolata De Medicina Futura e termina lo studio della medicina, in particolare della patologia, a Würtzburg.

Il primo incarico che riceve dopo la laurea è quello di professore di matematica e botanica a Dresda. Non ci si deve stupire che i primi omeopati dell’Ottocento fossero innanzi tutto botanici, matematici, fisici: l’omeopatia era una naturale applicazione all’uomo del metodo scientifico. Da Dresda, Hering viene distaccato nella colonia sudamericana della Guiana (ora Suriname) per studiare la flora e fauna locale. Lui continua a praticare la medicina omeopatica e continua le sue ricerche sperimentando i veleni esotici con cui viene a contatto. Diventa famoso a Paramaribo per aver guarito da una malattia incurabile la figlia del governatore, lavora in un ospedale locale e in una colonia di lebbrosi: la sua fama di medico della Nuova Medicina si propaga talmente che il re di Sassonia stesso lo richiama al suo dovere di naturalista ortodosso.

Pur eseguendo con serietà il suo lavoro, Hering capisce che la sua strada è un’altra. Dopo sei anni dà le dimissioni e, in seguito alla morte per complicazioni da parto della giovane moglie surinamese, lascia il paese sudamericano e, spinto dalla chiaritas, oltre che dalla opportunitas, raggiunge l’amico omeopata ed ex missionario nel Suriname George Henry Bute a Filadelfia, negli Stati Uniti, dove imperversa un’epidemia di colera asiatico. È il 1833. L’America apre loro le braccia. Fuggono da un Paese libero e selvaggio e approdano a uno pronto ad accogliere chiunque, di qualsiasi nazionalità, razza, religione. Insieme aprono un ambulatorio di omeopatia che riscuote un grande successo. Hering diventa il medico curante di personaggi politici di spicco, artisti, scienziati. La sua generosità lo spinge a condividere le sue esperienze: i suoi incontri del sabato sera con studenti e giovani professionisti diventano un affollato ritrovo di medici di belle speranze. Con loro Hering continua i proving – in tutto 72 - iniziati quando era studente lui stesso, proseguiti in Suriname (e ricordiamo il più famoso: il veleno del serpente Lachesis trigonocephalus) e negli Stati Uniti.

Nel 1835, ad Allentown, costituisce, insieme ad altri omeopati immigrati tedeschi, la North American Academy of the Homoeopathic Healing Art: quella che ora chiameremmo una start up. Il destino comune di molte di queste piccole aziende di giovani intraprendenti e squattrinati in balia di speculatori e banche è una breve vita. Succede anche a lui, ma non si scoraggia. Continua la sua fortunata pratica e la concretizza, questa volta tirando fuori la sua anima di matematico euclideo, in leggi esemplari e imperiture, come quella di direzione di guarigione o quella dello sgabello a tre zampe. Poco dopo essere sbarcato in America, seguendo il detto Moglie e buoi dei paesi tuoi, si era risposato con una giovane americana di origini tedesche, Marianna Husmann, da cui aveva avuto due figli: Max e Odilia. Anch’essa muore, nei primi anni ‘40, e il lutto lo spinge a fuggire ancora una volta. Ma non sarà a Parigi, dove viene invitato da Melanie a continuare la pratica di Hahnemann, appena deceduto, né a Londra. Preferirà un lungo viaggio in Sassonia, a rivedere i luoghi della sua infanzia e giovinezza. E lì, a Bautzen, nel 1846, incontrerà Thérèse Budsheim; la sposerà prima di tornare a Filadelfia e da lei avrà tre figli.

Nel 1848, questa volta più maturo e con le spalle coperte da solidi finanziamenti, fonda l’Hahnemann Medical College a Filadelfia, con annessa clinica universitaria, che ospita 300 studenti e 70 insegnanti. Lui stesso ha la cattedra di Materia Medica e in seguito diventa rettore. Lascia l’incarico nel 1869 per dedicarsi completamente alla scrittura, alla professione, alle consulenze. Questa esperienza sarà fondamentale e segnerà la nascita di università di medicina omeopatica in tutti gli Stati Uniti: Boston, Cleveland, St. Louis, Chicago e infine New York. In realtà Hering è uno dei pochi grandi omeopati a vivere in un tempo e luogo felice per l’omeopatia; è il momento in cui l’America è ospitale e curiosa di novità, ancora non sono comparse le critiche che annienteranno gli omeopati americani e si è lasciato alle spalle le controversie e i giudizi negativi che hanno inasprito Hahnemann e gli omeopati tedeschi di inizio secolo. La sua vita scorre all’insegna del Machts nach, aber machts recht nach (Fallo, ma fallo bene), senza troppi intoppi. Quello che più ci rimane di lui sono delle leggi, eppure era forse più un naturalista, un biologo, con un approccio pragmatico alla scienza, poca filosofia e tanta sperimentazione, ma soprattutto pazienza e meticolosità, e voglia di propagare e insegnare, con le sue parole e i suoi scritti, le grandi scoperte dell’omeopatia.

Emblematica è la sua frase: Impara a osservare, impara a dimostrare, impara a visitare il paziente, impara a scegliere il rimedio, impara ad aspettare, impara a sfruttare l’esperienza. Ma torniamo alla foto iniziale. Una delle cose che colpisce di più è l’horror vacui, le pareti rivestite di libri, i fogli dappertutto. È chiaro che la carta stampata è l’elemento naturale di Hering. E infatti è stato il più prolifico scrittore di omeopatia. Circa 270 articoli pubblicati in 15 riviste, e poi Condensed Materia Medica e ben 10 volumi di Guiding Symptoms (di cui sette completati dagli allievi e dal genero Knerr). Quello che stupisce è che niente di questi monumentali, e fondamentali, tomi sia stato tradotto in italiano, mentre un grande successo divulgativo e commerciale lo ebbe Medicina omeopatica domestica.

Scritto in giovinezza, ristampato 14 volte in America e tradotto in nove lingue fra cui l’italiano, è un manuale di autocura, ricco di consigli, omeopatici e non, per trattare piccole malattie. La sua popolarità fu virale. In Piccole donne, mitico romanzo di Louisa May Alcott degli anni ’60 dell’Ottocento, a un certo punto Beth si ammala di scarlattina. La coraggiosa sorella Jo se ne prende cura consultando ‘il libro della mamma’: le somministra Belladonna e legge che bisogna far passare il calore dalla testa ai piedi. È la seconda legge di guarigione naturale di Hering. E il libro è proprio il suo manuale, generoso contributo alla diffusione della Medicina Futura a tutte le classi sociali del Paese che lo ha accolto.

BIBLIOGRAFIA

OPERE DI HERING ONLINE

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