Materia Medica delle favole: Biancaneve

Pubblicato il 21/09/2018

Autori: Laura Naselli

Materia Medica delle favole: Biancaneve

La vicenda è famosa. Narrata dai fratelli Grimm ebbe una prima pubblicazione nel 1812 e una successiva, quella ufficiale, nel 1819, profondamente riveduta e corretta.

Una regina si dedica ai lavori di cucito, si punge il dito e delle gocce di sangue cadono sulla neve, la regina esprime un desiderio: vorrebbe avere una bimba bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l'ebano.

Secondo i canoni del pensiero positivo viene subito accontentata e, voilà, mette al mondo una bimba con le caratteristiche desiderate e, ovviamente, di una bellezza folgorante. La mamma, però, muore nel dare alla luce questa prodezza e il Re, ligio ai suoi doveri di sovrano e alle sue necessità di uomo, si risposa in breve con una bellissima signora che conosce le arti magiche.

A questo punto il re scompare dalla favola, lo riteniamo attratto da scopi consoni al suo ruolo o perennemente all'estero. Biancaneve cresce in bellezza al punto tale che già a sette anni s'intravvedono in lei meraviglie e ciò suscita la rancorosa gelosia della matrigna che, evidentemente, non ha un buon rapporto con il tempo che passa e le inevitabili conseguenze dello stesso sulla sua carnagione.

La bella Regina è provvista di uno specchio che, magico confine tra i piani sottili, sembra avere il polso esatto di tutto il regno e, senza peli sulla lingua, la informa che certamente lei è ancora una bellissima donna ma il primato di avvenenza, ahimè, appartiene a Biancaneve. La fanciulla è la miss.

Il rancore si trasforma in furore e l'unico provvedimento ragionevole appare, agli occhi della Regina, l'eliminazione fisica dell'avversaria ma, come tutti i sovrani, non ha alcuna intenzione di sporcarsi le mani, pertanto incarica un cacciatore di condurre Biancaneve nel cuore della foresta, di ucciderla e di portarle come prova dell'efferato delitto, il fegato e i polmoni della fanciulla; secondo altre versioni invece delle suddette frattaglie il cacciatore deve strappare dal cadavere di Biancaneve il cuore.

E, udite udite, il cacciatore va, ha la gran faccia tosta di condurre Biancaneve nel bosco e di estrarre il pugnale. Soltanto le lacrime disperate della ragazza, le sue promesse di sparire per sempre e la sua incontestabile bellezza lo riconducono a più miti propositi pertanto lascia libera la vittima e, per accontentare la crudele padrona, uccide, con buona pace degli ambientalisti, uno sfortunato cinghiale che passa di là. Il banchetto per la regina è servito, si ritiene con somma soddisfazione della stessa.

Ma ritorniamo a Biancaneve, allo scampato pericolo subentrano nuovi ben fondati timori: è una ragazza perduta nel cuore del bosco, non ha cibo, può facilmente diventare preda di animali selvatici, i quali, si sottolinea nella fiaba, si mostrano ben più onesti degli esseri umani lasciandola in pace.

Cammina, cammina Biancaneve raggiunge al tramonto una radura dove sorge una casetta dall'aspetto civile.

Entra nella casa, effettuando una violazione di domicilio, e si accorge della singolarità della stessa: infatti lungo una tavola bene apparecchiata trova sette, numero magico, piatti già colmi e, in quella che dovrebbe essere la camera da letto, sette lettini di proporzioni minuscole.

La ragazza, ormai stravolta dagli avvenimenti della giornata finisce col cedere alla tentazione di assaggiare qualcosa da ogni patto e di stendersi su ciascuno dei letti fino a quando trova quello adatto a lei e piomba in un sonno ristoratore molto profondo.

Al suo risveglio si trova circondata da sette buffe creature, i nani, che fedeli alla loro tradizione si occupano di estrarre oro e pietre preziose dalle viscere della terra, cosa se ne facciano dopo averle estratte non ci è dato di saperlo.

Biancaneve spiega loro graziosamente le vicende di cui, suo malgrado, è stata protagonista e i sette piccoli uomini dall'età indefinita decidono di utilizzarla come colf in cambio di vitto, alloggio e protezione. Conoscono bene le arti magiche della regina e raccomandano a Biancaneve di tenersi fuori dalla portata della stessa nascondendosi bene in casa e non aprendo mai ad estranei.

Chi dovrebbe poi andare a bussare alla loro porta non si capisce. Biancaneve accetta di buon grado ma non ha fatto i conti da un lato con la noia e dall'altro con la furbizia della sua matrigna.

Non passa molto tempo, infatti, che il solito impiccione dello specchio magico informa la sua padrona dell'avvenuto scampato pericolo.

La storia evita i particolari della vendetta della regina sul cacciatore e va direttamente ai piani per uccidere Biancaneve.

La regina si trasveste, o si trasforma, in una innocua venditrice dall'aspetto anziano e rassicurante e a spron battuto, va a bussare alla finestra dell'annoiatissima Biancaneve offrendole dei nastri.

Potrebbe mai la nostra miss sottrarsi a degli accessori così graziosi? La Regina ne approfitta per stringere la vita della sua rivale con un nastro soffocandola e la lascia esanime e, spera, morta, fuggendo via.

Tornati a casa i sette nani si avvedono del nastro, lo tagliano e restituiscono fiato e vita alla loro coinquilina.

Il solito specchio informa la Regina sul suo disastroso tentativo: secondo viaggio. Biancaneve, ancora una volta messa sull'avviso, dimostra una ingenuità irritante e accoglie un'altra, ma sempre la stessa, venditrice: questa volta prende un pettine avvelenato.

Sarà cura dei sette nani estrarlo dalla matassa dei capelli neri come l'ebano salvandole ancora una volta la vita.

Possiamo solo immaginare l'incontenibile collera della megera che trasformatasi in una vecchia grinzosa e macilenta, bussa ancora una volta alla porta della stupidina offrendole una bella mela mezza bianca e mezza rossa, anzi proprio per carpire la fiducia della ragazza mangia la metà non avvelenata e offre alla rivale l'altra metà.

Biancaneve, evidentemente a corto di frutta fresca, morde la metà avvelenata e piomba in uno stato comatoso irreversibile che non altera però minimamente i suoi bellissimi lineamenti.

I nani la ricompongono in una bara di cristallo e dalle loro parti, ormai molto affollate, passa un principe dalle abitudini necrofile visto che s'innamora a prima vista della giovane appena deceduta e chiede ai nani di portare con sé la bara di cristallo per poter saziare almeno con gli occhi l'amore che gli è esploso dentro. I nani, pratici come sempre, probabilmente inorriditi all'idea di trasformare la loro placida abitazione in un mausoleo, accettano di buon grado.

Ma uno scossone provocato da un servo maldestro fa sputare il boccone avvelenato alla fanciulla che si sveglia immediatamente e si ritrova già fidanzata con un giovanotto avvenente e di adeguato lignaggio.

Vengono celebrate le nozze e la matrigna, invitata tra gli altri, scopre con orrore che la sposa è Biancaneve. La regina, probabilmente sottoposta ad un processo sommario, viene punita facendole calzare delle scarpe arroventate: ballerà fino a morire.

 

Cosa pensare?

Come ho scritto all'inizio pare che la versione del 1819 ne abbia sostituito in maniera importante la precedente nella quale, a detta di alcuni studiosi, la matrigna di Biancaneve è la madre vera e non la seconda sposa del padre.

Siamo dunque davanti ad un caso di gelosia materna, una tragedia tutta al femminile che non ha timore di spalancare le porte direttamente sull'inferno.

Biancaneve ci appare subito come la vittima predestinata e inconsapevole che, per fuggire all'orrore di una persecuzione materna, è costretta a rifugiarsi nel cuore del bosco e in una casetta gestita da creature che scavano tra i minerali.

Un dolore terribile sicuramente l'affligge, si ritiene giustamente vittima di una cattiveria angosciante e accetta, per sopravvivere, un ruolo decisamente inferiore alle sue condizioni d'origine; dopo tutto è una principessa, che sarà costretta a fare da serva oltretutto a degli esseri deformi.

Le fronde oscure del bosco si allungano sul tetto della casa dei sette nani; quella di Biancaneve è una quotidianità dalla quale la luce del sole sembra essere esclusa se, come ci raccontano le varie versioni, i nani ogni mattina vanno a lavorare raccomandandole di tapparsi in casa per poi tornare al tramonto. Già ce la immaginiamo intenta a lucidare scarponi e piccozze.

Ferita e abbandonata a se stessa da questa madre anaffettiva Biancaneve è probabilmente una Natrum muriaticum che scivola lentamente verso una condizione di Sepia. Astenica e triste, non vede l'ora di sottrarsi alle raccomandazioni dei suoi padroni di casa per i quali sicuramente prova riconoscenza ma non può, lei che è l'apoteosi della bellezza fisica, non può, dicevo, non provare un certo disgusto.

Ecco perché apre la sua porta alle venditrici, il suo è un tentativo di far entrare la luce tra le anguste pareti domestiche e gli ornamenti che accetta sono contraddittori come lo è lei nel suo comportamento: gradevoli alla vista ma letali nella sostanza.

Avidamente si lascia tentare dalla mela, un frutto acido, probabilmente è stanca di zuppe grasse e speziate che è costretta a cucinare per i suoi datori di lavoro.

Sull'altro piatto della bilancia la madre-matrigna. Una donna accecata dalla gelosia, querula, in eterna conversazione con uno specchio, una superficie molata che le rimanda la sua immagine insieme a dei messaggi. Una catena di allucinazioni uditive che innesca il tentato omicidio. Non a caso il primo strumento omicida è un nastro, un laccio che spegne il respiro delle donne che richiedono Lachesis mutus.

Molta pena ci procura la sua fine crudele, spellata a morte dagli scarponi arroventati ma sappiamo anche che il serpente perde la propria pelle per rigenerarsi.

E i nani?

Ambigui protettori e sfruttatori della fanciulla, non si occupano minimamente di ripristinare la verità intervenendo presso il Re padre; piuttosto, con il loro colpevole silenzio, sostengono il reato della matrigna. Anche loro appaiono spaventati dalle arti magiche della regina, la temono superstiziosamente.

Per loro le giornate sono tutte uguali: scavare, accumulare, mangiare e dormire. Del loro stato d'animo ci viene detto poco e niente. Naturalmente qui non si fa riferimento ai deliziosi nanetti disneyani. Invero piangono la morte della ragazza per tre lunghi giorni ma, al contempo, mostrano un'imbarazzante capacità di disfarsi del corpo del reato vista l'impossibilità di richiamare alla vita Biancaneve.

Luesinum mi appare adatto alle loro caratteristiche.

Per fortuna tutto è bene quel che finisce bene. Giustizia (e che giustizia!) è fatta.

Mi auguro che la Natrum muriaticum Biancaneve sia stata per i suoi figli una madre migliore di quella che il destino le ha affibbiato.

 

Note:

La versione utilizzate è stata tratta dal sito www.paroledautore.net che ho abbondantemente saccheggiato trovando, soprattutto nelle interessanti note a piè pagina, ulteriori spunti di riflessione.

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